Chiara Fumai: una femmina insolente

chiara fumai art

Quando ho visto Chiara Fumai per la prima volta avevo quasi trentanni, ero a Bologna e grazie a un amico mi ero infiltrata all’interno della mostra Add Fire ambientata nella suggestiva cornice dell’ex Ospedale degli Innocenti, che era stato recentemente restaurato ed ospitava i vincitori del Premio Furla.

Cinque anni fa fu proprio Chiara Fumai a vincere quel premio.

Stefano Collicelli Cagol cura, aiuta e guida Chiara all’interno dello spazio per raccontare al meglio il suo lavoro, un lavoro scabroso, insolente, provatorio. Chiara legge SCUM Manifesto, scritto da Valerie Solanas; verso la fine degli anni sessanta Valerie Solanas scrisse e autoprodusse il testo.

Feroce, rivoluzionario attacco alla cultura patriarcale, Society for Cutting Up Men è un libro, iconoclasta e scritto con uno stile ironico e parodistico, che analizza e critica ferocemente la società moderna occidentale, attraverso un linguaggio crudo e aggressivo, arrivando a proporre provocatoriamente l’automazione globale e l’eliminazione del maschio descritto come essere inferiore nel testo, prendendo a prestito e ribaltando tutti i cliché sull’inferiorità femminile.

Nello SCUM Manifesto vengono esposte dure critiche intorno ad argomenti sociali e politici. L’analisi dell’autrice si concentra attraverso una lettura di genere, su aspetti caratteristici della società contemporanea, quali il  sistema economico, il potere, i meccanismi della produzione artistica.

Chiara nel 2013 diventa Valerie Solanas, non solo le da voce, le da un volto, una presenza scenica, visibilità, profondità, bellezza e dolore.

Per bene che ci vada, la vita in questa società è una noia sconfinata. E poiché non esiste aspetto di questa società che abbia la minima rilevanza per le donne, alle femmine dotate di spirito civico, responsabili e avventurose non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione completa e distruggere il sesso maschile.
(Valerie Solanas,“Manifesto SCUM”, trad. S. Arcara e D. Ardilli)

Chiara Fumai era nata a Roma nel 1978, si è laureata in architettura al Politecnico di Milano e frequentato il Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti.

Ha messo al centro della sua ricerca, che prediligeva l’utilizzo della performance – combinata con metodi di decostruzione, freak show, metafisica, travestitismo, djset – il ruolo della donna, analizzato in maniera anarco-femminista, anche in relazione al sistema dell’arte.

Chiara era artista, donna la cui sensibilità interiore era palpabile ed evidente nei suoi sorrisi, nei suoi grandi occhi, nella sua voce sempre tremante, la sua delicatezza e fragilità era lampante sin dai suoi primi lavori.

Il suo argomento più forte è la lotta all’antifemminismo, un tema irrisolto anche nel  mondo dell’arte.

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I proclami, i contenuti e la sonorità, diventavano apparizioni schizoidi. E quelle voci originate in un altrove hanno presto caratterizzato il lavoro artistico di Chiara, un tratto innovativo.

Aveva studiato e letto, in chiave femminile, alcune forme di spiritualità, e preso a prestito le esperienze e le voci delle medium femminili che mescolava con il femminismo radicale dei primi anni 70. L’obiettivo (ci riusciva benissimo) era portare angoscia e sgomento nel pubblico. Ne è nato così un filone di performance.

Chiara ha iniziato proprio da qui, sottolineando come negli ultimi decenni nella parità dei generi in alcuni settori si siano fatti significativi progressi mentre nel mondo dell’arte la penalizzazione della donna permane.

Di lei amo ed ho amato il coraggio, quel coraggio per aver scelto il pericolo che si insidia dietro temi già affrontati e perché un artista non può non affrontare i problemi del suo tempo e del suo mondo contemporaneo, perchè questo deve fare l’arte contemporanea: raccontare i drammi i problemi del nostro tempo.

Lei, dal corpo gracile e le grandi labbra ha preso questa strada piena di insidie e lo ha fatto con carattere, ricercando chiavi nuove per focalizzare attenzione su un tema antico e irrisolto.

Ha dato forma alla sua passione, alla profondità dei suoi pensieri, alla durezza delle sue accuse; ha portato in forma visuale reincarnazioni di donne irregolari, turbate, violente e rotte come Ulrike Marie Meinhof, cofondatrice del gruppo armato tedesco-occidentale di estrema sinistra Rote Armee Fraktion, conosciuto come Banda Baader-Meinhof.

Non era solo il suo corpo a parlare. Costruiva le scene con manufatti artistici che decoravano le pareti: installazioni che accompagnavano la performance.

Era complessa Chiara, la sua diventava ogni volta un’opera totale.

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Ma Chiara non aveva più tempo. Chiara ha deciso, con coraggio e carattere, che il tempo era scaduto, che la fatica era troppa e che altre opportunità per dimostrare il suo vero valore di artista sarebbero state superflue.

Il suo drammatico travaglio interiore.

Il suo cadavere è stato ritrovato all’interno della galleria Doppelgaenger nel cuore di Bari Vecchia, questo caldo e torrido agosto, La Fumai ha scelto di porre fine alla sua vita impiccandosi mentre si trovava da sola negli spazi della galleria.

Chiara aveva 39 anni.

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