Happycracy: essere felici è d’obbligo

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Chiedimi se sono felice. Sì, è un film del trio comico Aldo Giovanni e Giacomo. Ma non più solo quello. È soprattutto la domanda che fai ogni mattina a quella figura che ti fissa allo specchio e che attende immobile la tua risposta.

È così. Ce lo chiediamo tutti: sono felice? Perché per il mondo devi esserlo, gli altri devono vedere che sei felice.

Felicità, questa sconosciuta. La rincorri in ogni modo. Posti foto che ti ritraggono con sorrisi pieni di denti, lasci commenti inserendoci sempre almeno uno smile, riempi le tue chat di pollici alzati. Tutto purché chi legge possa pensare “caspita, è proprio felice!”.

Ma questa corsa alla felicità, questa sua ricerca ossessiva, è solo il tuo più grande desiderio di essere umano o c’è qualcosa di più? È il tuo volo di Icaro o c’è una mano invisibile che ti spinge forzatamente ad essere felice?

La risposta a queste domande sta in una parola: Happycracy. In italiano potremmo tradurla felicitocrazia. Termine meno gradevole di quello inglese, ma con lo stesso triste significato: potere della felicità. Dico triste – e parlando di felicità sembra un paradosso – perché questo potere è concepito nella sua accezione negativa, intendendolo come una sorta di dittatura.

Cos’è la felicità

Come definiresti la felicità? O meglio, sapresti davvero definirla? Sei così affannato a raggiungerla che, in fondo, non sai cos’è davvero. Certo, conosci quella sensazione di benessere ed euforia di determinati momenti della tua vita, come il giorno della laurea o la nascita di tuo figlio. Ma, effettivamente, la felicità è questo? Brevi frammenti? O può essere uno status lungo tutta un’esistenza?

Non riesci a definire bene cosa sia, ma la cerchi. Costi quel che costi. Tu, il Chris Gardner dei tempi moderni, la insegui pur sapendo che forse non la raggiungerai mai.

Nel tempo il concetto di felicità è cambiato. Ribaltato, direi. In passato era considerato uno stato destinato a pochi fortunati che erano riusciti ad assicurarsi una bella posizione lavorativa o a realizzarsi pienamente su più fronti.

Oggi è una condizione di tutti – anche se, il più delle volte, apparente. È di tutti perché è diventata un’imposizione sociale. Bisogna essere felici. Non ti è concesso sbagliare, non c’è spazio per dubbi o incertezze. Devi puntare sempre dritto al successo.

Cos’è Happycracy

Giorno dopo giorno la richiesta dal mondo reale e virtuale è una sola: felicità. Essere felice ovunque e comunque, al lavoro come sui social, anche correndo il rischio di diventare egoista o, peggio, sottomesso.

Lo spiegano chiaramente lo psicologo spagnolo Edgar Cabanas e la sociologa israeliana Eva Illouz nel loro Happycracy. Come la scienza della felicità controlla le nostre vite, un saggio che ti fa domandare se essere felici è davvero il meglio per te.

Felicità e individualismo

Pensaci… Quando le cose ti vanno bene, quanto ti importa degli altri? Nulla. Sei concentrato su te stesso e la tua crescita personale, intento a cancellare ogni minima macchia, a comunicare ossessivamente una tua versione sempre e soltanto positiva.

Finisci per ripiegarti esclusivamente su di te e non impegnarti per altro, né tantomeno per altri. Come se ti offuscasse la vista. Intorno a te non vedi più nessuno. Ci sei solo tu. Responsabile della tua vita e dei tuoi successi, disinteressato del mondo che ti circonda.

Della felicità ne fai una scelta di vita, una scelta individualista che può perfino tradursi in estremo narcisismo.

Che ne è quindi della collettività, della solidarietà tra gli uomini? Che fine fa quel sociale di cui tanto parliamo? La felicità così intesa, portata all’estremo, assume risvolti inaspettatamente pericolosi.

Per assurdo, quello che senza dubbio è negativo, può rivelarsi invece proficuo. Come affermano gli autori di Happycracy:

“la rabbia può portare a scelte distruttive […] ma permette di sfidare l’autorità e di rafforzare i rapporti interpersonali davanti a ingiustizie o minacce condivise.”

Felicità e sottomissione

Verrebbe da pensare quindi che se la società ti vuole felice è per “tenerti buono”. Questo è ancora più – spaventosamente – vero nella sfera lavorativa.

Di quanti programmi di coaching, convention o team building senti parlare? Perché le aziende ci spendono tanto (anche in termini di economici)? Perché hanno capito quanto la mente umana sia complessa e quanto l’essere felice sul posto di lavoro possa rivelarsi un elemento strategico per il loro tornaconto.

L’happycondriaco (da happy, felice, e hypochondriac, ipocondriaco), il cacciatore di felicità, è fissato con il proprio ego e spinto a fare sempre meglio. Lavora con crescente dedizione e si ammala perfino di meno. È sicuro di sé e questa sicurezza lo rende incosciente, tanto da accettare che i propri diritti vengano meno. In breve, si autosottomette.

Per una crescita aziendale continua c’è bisogno di uno staff positivo. Ecco allora che la felicità diventa un fattore determinante per assumere personale. Da calcolare come se fosse un elemento quantificabile, da analizzare come un vero e proprio strumento di mercato.

Se ci rifletti su, un fondo di verità in tutto questo c’è. Una verità che lascia l’amaro in bocca. E viene da chiedersi: voglio veramente essere felice?

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